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È il tempo della 124 Spider: ma la progenitrice chi la ricorda?

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Chiudete gli occhi e immergetevi nell’atmosfera di fine anni ’60. Ora immaginate di girare in largo e in lungo la penisola a bordo di una Fiat 124 Spider. Lavorate di immaginazione sognando i ripidi tornanti a tourniquét e il cielo azzurro che riempie il cielo insieme allo straordinario scenario tutt’attorno, che a vettura scoperta ti entrano fin dentro l’abitacolo. Ora siete pronti a leggere l’avvincente testimonianza di Antonio Viotto.

Infine, dopo un po’ di tempo, riuscii anch’io ad assaporare in pieno il brivido della vettura sportiva, una Fiat Spider bianca usata.  La “Fiat 124 Sport Spider” di fine anni ’60, fu disegnata e prodotta da Pininfarina, lo stile di Tom Tjaarda, il motore  a 4 cilindri di 1438 cc. e 90 cavalli, aumentato poi a 1608 cc. e 100 cavalli. E’ la prima Fiat di serie con comando della distribuzione a doppio albero a camme in testa, a cinghia dentata in gomma, creato dall’Ing. Lampredi, ex-Ferrari. Velocità massima: 170 km/h . Il retrotreno a ponte rigido con due coppie di puntoni longitudinali, servofreno di serie e cambio a cloche a 5 marce. (Ndr. Dati tecnici da Quattroruote, Ed.Domus) Nell’uso quotidiano rivelava un gran motore, ripresa molto buona e anche la manovrabilità del cambio più che sufficiente, ma un poco ruvida. La tenuta di strada rigida ma soddisfacente, la velocità elevata per l’epoca, come pure i freni potenti e non soggetti a fenomeni di fading. Insomma, una ottima sportiva, che mi ha portato in lungo e in largo da Nord a Sud della penisola…

Quanti ricordi: quali emozioni la sua guida mi regalava…….! Il penetrante odore di resina delle abetaie e delle pinete che via via si attraversano procedendo dal Passo Rolle verso Fiera di Primiero, nella splendida cornice rosa delle Pale di S.Martino al tramonto. Rivedo i ripidi tornanti a tourniquét – sai quelli che girano su sé stessi – percorsi a bassa andatura, uno dopo l’altro, il cielo azzurro sopra di noi e lo straordinario scenario tutt’attorno, che a vettura scoperta ti entrano fin dentro l’abitacolo. Oppure sulla Camionale discendendo dal Passo dei Giovi verso la Riviera, ancora a vettura scoperta, lo strombazzare dei camion, mentre ci sorpassano, e la mamma dietro con il foulard in testa che sorrideva, ma si teneva ben forte dopo ogni curva. I tragitti verso la Liguria erano un classico a quel tempo, anche per lavoro.  A Tortona mi immettevo sulla camionale per Genova, percorso ideale per mettere alla prova la mia capacità nell’affrontare e superare le varie curve e controcurve, che mi aspettavano. Specialmente il tratto dopo la lunga galleria dei Giovi, quando si devono superare le ripide e tortuose discese, in successione una dopo l’altra, in totale concentrazione. I veloci cambi di marcia, quarta-terza e viceversa, venivano fatti con la doppietta , come allora si usava, frenando all’ingresso della curva e poi accelerando progressivamente, per rimettere in assetto la spider. Quanti i sorpassi effettuati!  Alla raffineria arrivavo madido di sudore, ma soddisfatto della performance.

I momenti della felicità e dei sogni di gloria! Anno ricco di eventi il 1970.

Non solo per la semifinale dei nostri azzurri a Città del Messico, nella partita contro la Germania, vinta per 4 a 3 ai tempi supplementari, tutti la ricordano, goduta fino alla fine in solitaria in quei di Pianoro, sull’Appennino Bolognese, dove ero quella notte.  E anche, trovandomi in missione a Modena in quei giorni, per la fortuna di assistere alla presentazione alla stampa della De Tomaso di Formula 1, disegnata dall’ing. Giampaolo Dallara e preparata insieme a Frank Williams, manager della gestione corse, sotto la regia del Maestro Angiolini, già della Ferrari. Il pilota designato Piers Courage, anch’egli presente all’evento, purtroppo pochi mesi dopo, a Zandvoort perse la vita in un tragico incidente. Ricordo i memorabili meeting con la signora Heskell, moglie di Alejandro De Tomaso che prontamente mi forniva tutti i ragguagli richiesti dai test di auditing. Appena possibile, scendevo giù in officina, ad ammirare i bolidi da gran turismo durante la fase dell’assemblaggio, emozionatissimo e felice. Il capo-officina Ing. Bellentani, mi accompagnò pure in un giro di prova sulla Mangusta, appena completata e collaudata. Il rombo assordante dell’otto cilindri mentre curvava , riempiva completamente l’officina in un’atmosfera fuori dal comune, tutta surreale. Almeno per me. Come pure il ricordo della particolare cortesia degli addetti del reparto carrozzeria alla Pininfarina, nel vecchio stabilimento di Corso Trapani a Torino. A fine 1970 montarono il tettuccio invernale panoramico alla mia spider, color nero opaco, che anticipava quello della sport Abarth rally di qualche anno dopo. Così la spider appariva più larga e bassa con un tocco sportivo in più. Eccoli i tempi beati della gioventù!

 

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